Può la brama di protagonismo spingere alla menzogna più spregevole? Può una sola frase scaturire un excursus di angoscia, violenza, ingiustizia? La risposta è chiara, almeno nel caso di Un dolce odore di morte (Fazi, 2007), nato dalla penna di Guillermo Arriaga.

Entroterra messicano; una ragazza viene ritrovata morta in un campo di saggina, con una profonda pugnalata alla schiena. A scovarla è Ramón, un giovane del piccolo paese di Loma Grande, che la riconosce subito: si tratta di Adela, la docile e affettuosa protagonista dei suoi sogni amorosi. All’arrivo dei compaesani, comincia a girare la voce che sia la fidanzata di Ramón, e nessuno si preoccupa di smentire la diceria (tantomeno il ragazzo stesso, traumatizzato, sì, ma allo stesso tempo morbosamente gratificato dentro di sé, per un sogno diventato realtà). Ora dopo ora, la sottile linea che separa un’insolente bugia dalla parvenza di verità viene valicata: Ramón è ormai per tutti (incluso se stesso) il fidanzato della giovane uccisa.

Questo avvenimento, apparentemente perverso solo nel suo essere, riuscirà invece a scatenare una serie di sventurate avventure e malintesi, che metteranno a dura prova l’io del protagonista, il quale si troverà a dover uccidere il falso assassino per preservare il suo falso onore di falso innamorato.

Il tutto condito con l’asprezza, la curiosità e l’insolenza dei personaggi, caratteri evincibili nel loro modo di parlare, nelle loro abitudini, nel loro essere, ed accompagnato da un clima ostile, bollente, umido, a rispecchiare la vita come la vedono gli abitanti di Loma Grande: un immenso vuoto rosso, riempito solo dalla menzogna e dalla perversione, oltre che da litri di birra; un vuoto che va colmato per passare la giornata, per salvarsi da se stessi e dai propri pensieri, curandosi dei problemi degli altri per obliare i propri.

Il caldo, che sembra radicato al paesaggio, accompagna Ramón nei suoi patimenti, nella sua anima ustionata, nelle invadenti preoccupazioni di tutti i paesani, scaricate come un enorme macigno sul suo cuore, sgravate a loro volta su una lama, e trasferite con tutta la forza, questa volta fisicamente, nel cuore dello Zingaro, l’uomo accusato dell’omicidio, ma colpevole solo di amare una donna già sposata, che niente c’entra con Adela.

Questa enorme tempesta di affanni per una sola frase, pronunciata da chi era in cerca di un po’ di attenzione, magari uscita di bocca distrattamente, e prodotta dalle varie bottiglie di birra scolate.

Ecco il risultato, quando un paese tanto piccolo e segnato dall’arretratezza cerca di affrontare una situazione che va di gran lunga oltre i suoi limitati confini; un’arretratezza in cui convivono la voglia di protagonismo di alcuni, e l’omertosa accidia di altri, in cui il dovere morale della propria anima viene sovrastato e surclassato dall’immensa mole della paura: la paura del giudizio altrui, la paura del sospetto, della discriminazione, dell’esclusione.

Poco meno di duecento pagine, intrise di forti emozioni, menzogne, paure, indifferenza, perplessità, violenza, morte; il tutto esaltato da visi grotteschi e caratteri altrettanto bizzarri, nella rossa atmosfera di un bollente clima messicano.

Un noir con la n maiuscola, che fa assaporare al lettore un dolce odore di morte.

 

A cura di Thomas Fiumana

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