Andrea Marcolongo ha presentato al pubblico ravennate, al banchetto di “ScrittuRa Festival” in Piazza Unità d’Italia, il 26 maggio, il suo saggio di successo sul greco antico, “La lingua geniale – Nove ragioni per amare il greco”, edito da “Editori Laterza”, nel 2016.
Curioso è riservare un intero libro a una lingua solo apparentemente inutile; altrettanto straordinaria la diffusione che esso ha avuto, giungendo perfino nelle librerie dell’America Meridionale.
L’autrice ha confessato non aspettarsi una tale rinomanza, considerando abbia deciso scrivere prevalentemente perché vi erano poche pubblicazioni su questa materia. L’efficacia, però, è stata garantita dall’affabilità dello stile espositivo. Il libro nasceva, infatti, come appendice a una spiegazione sui paradigmi ad uno studente, il quale veniva aiutato da Marcolongo. Si chiedeva perché fossero importanti quelle interminabili tabelle. Il motivo più evidente era dover apprendere una lingua straniera. L’allievo, tuttavia, ne chiedeva un significato, non già una giustificazione. Il primo capitolo, titolato “L’aspetto”, viene, quindi, inviato al ragazzo per posta elettronica.
Nel frattempo, qualche casa editrice s’interessa a Marcolongo, invitandola a pubblicare libri, inviare i suoi scritti. Con una certa diffidenza, viene inoltrato all’agente il messaggio di posta elettronica, al quale aveva allegate le delucidazioni sui paradigmi. Con entusiasmo, alla fine, “Editori Laterza” convince l’autrice a proseguire la redazione di un saggio che trattasse gli aspetti peculiari del greco antico.
Nonostante, infatti, sia inevitabile che, sui manuali, il greco appaia una lingua “morta”, mentre il latino, al contrario, tutt’ora vive in Città del Vaticano, come lingua ufficiale, è opportuno richiamare l’attenzione su tale distinzione, spesso operata. Si preferisca riconoscere lingue “sterili” o “feconde”. Una lingua feconda è, per l’appunto, il greco, perché è in grado di generare nuove parole, tra cui, ad esempio, “nostalgia”, coniata nel Settecento, da un laureando medico, da “nostos” (ritorno) e “algos” (dolore),  o ancora  “xenofobia”, coniata nel Novecento, da “xenos” (straniero) e “fobia” (paura). Poiché dal greco possono esser create nuove parole, significa che esso è in grado di adattarsi alle epoche e, tutt’ora, dunque, vive. Parlare di greco è, dunque, utile, anche se non si dovrebbe parlar mai di utilità per una lingua, dal momento che sembra rendere la cultura, un bene di consumo. D’altra parte, le numerose persone che, da adulte, intraprendono gli studi di greco, malgrado, talvolta, esse non abbiano frequentato in gioventù il Liceo classico, provano che educarsi, tendendo a completare la propria formazione, sia un’esigenza non soltanto utilitaristica.
Inoltre, Noam Chompsky, glottologo che Marcolongo segue, afferma: “Il linguaggio è il modo tramite cui pensiamo, non solo con cui comunichiamo”. Ogni lingua, perciò, esprime un modo di pensare diverso ed ogni lingua è geniale a modo suo: la lingua parla di persone, che pensano con essa.IMG_6518
Ad esempio, si consideri, in primo luogo, la sensibilità cromatica degli antichi Greci: era così sottilmente meravigliosa da indurre, nel Settecento, gli studiosi a ipotizzare che essi avessero difetti di vista. Per quale ragione, altrimenti, dipingere il “mare color del vino”?
Erano, poi, concepiti diversamente anche l’azione ed il tempo. Si constatava, infatti, dapprima come un’azione avvenisse, il suo, cioè, aspetto, e poi il suo quando. L’epoca contemporanea, avida di tempo, invece, richiede considerare in primo luogo il momento dell’azione: sono assenti, nelle lingue che si parlano oggigiorno, gli aspetti verbali; solamente, decliniamo il verbo nei diversi modi del tempo.
Imparare il greco significa, pertanto, abituarsi a pensare differentemente. Bisogna svincolarsi dai ricordi e dall’attesa del venturo, concentrandosi su che cosa si è in questo momento. La lingua dell’Ellade ha, infatti, l’ottativo, un modo verbale, alquanto soggettivo nell’uso, per esprimere sentimenti; per la stessa ragione, non esiste l’aspetto futuro, dal momento che ciò che non è ancora accaduto non condiziona il presente.
Non esistono, tuttavia, stratagemmi con cui apprendere facilmente il greco. La fatica ingente con cui lo si impara, allo stesso tempo, però non è fine a sé stessa: diviene mediante per intendere la sensibilità degli autografi originali. La consuetudine all’introspezione che il greco impone, modella negli studenti schemi di pensiero, altrove impensabili. Parrebbe, infatti, aiutare a risolvere l’attuale e preoccupante questione dell’impoverimento lessicale tra i giovani. Come gli economisti, riconoscono nel mondo globalizzato l’ineluttabile polarizzazione della ricchezza, a causa della quale la classe media è sempre più esile, si constata un assente medio termine tra coloro i quali abbiano un bagaglio di vocaboli assai ampio, non solamente correlato agli Istituti frequentati, e coloro i quali, invece, non siano in grado di esprimersi con precisione. Non è raro che un ragazzo, pur ammessa una certa inesperienza all’autocoscienza, abbia difficoltà a distinguere le sfumature delle emozioni, che spaziano tra la felicità e la malinconia. Più parole si conoscono, migliore è la capacità con cui intendere sé e il mondo circostante e comunicare agli altri ciò che si prova.
Marcolongo, grecista, poi, nella sua carriera, la quale l’ha vista scrivere discorsi per il dimissionario Primo Ministro Matteo Renzi, s’è imbattuta nell’esigenza di coniugare l’effetto, richiesto dalla politica, e la pregnanza di significato. L’autrice ha ricordato la sua abitudine a frequentare i luoghi di ritrovo, nei quali potesse entrare in contatto con la sensibilità popolare, nel redigere discorsi. Di fatti, la scarsa coesione delle notizie, private spesso di epiloghi, unitamente alla loro rapidità, emesse dalla stampa per una maggiore diffusione, a scapito dell’attendibilità e dello spessore, induce una frammentazione logica, che incide sull’abilità sintetica delle giovani generazioni, la quale contribuisce altresì a determinare un impoverimento lessicale. Pare evidente che la velocità si addica maggiormente ai mezzi di trasporto che alla logica, nel caso della quale spesso si traduce in superficialità. La tecnologia, di per sé, non è problematica, ma è l’assottigliamento culturale, che tende a una semplificazione eccessiva, anche del sentimento. L’innovazione non è deleteria, finché viene considerata strumento; non sono, forse, le lingue classiche a permettere di riscoprire una certa distanza dal dispositivo tecnologico, ma sicuramente abituano alla consapevolezza. Marcolongo, a tal proposito, ha indicato leggere Platone per esercitare la coerenza dialettica e la memoria.
Ogni lingua, dunque, considerando un più ampio orizzonte, ha una peculiare percezione della realtà. Rivolgendosi all’italiano, appare evidente che il congiuntivo stia decadendo. Non si tratta, però, di una semplice modificazione grammaticale, ma una degenere evoluzione della soggettività. Si tende a considerare gli eventi con oggettività, utilizzando ipertroficamente il modo indicativo, quasi ciascuno fosse depositario attendibile di verità. Senza opporre sofismi, è utile chiedersi ora, chi abbia ragione, in questa maniera. Maggiori i modi, maggiore lo schedario con cui incasellare la realtà. Si consideri, ad esempio, che in greco antico, esisteva perfino l’ottativo per misurare la fattibilità dei desideri.IMG_6517
E’ interessante comprendere, ora, i cambiamenti della lingua greca, attraverso la sua millenaria storia. A differenza, infatti, del latino, che si è evoluto nelle lingue romanze, il greco è pressoché rimasto immutato, modificando pronunce e talune sottili strutture grammaticali, quali l’ottativo o l’aspetto aoristo. Nel momento in cui è divenuto lingua dell’Impero Macedone, unificando popoli assai diversi nelle culture, ha  perduto, di necessità, molte caratteristiche peculiari dell’ambiente ellenico. Bisogna altrettanto riconoscere che i greci non siano stati uniti politicamente fino all’indipendenza dall’Impero Ottomano, ma si siano sempre considerati popolo, per la lingua, nonostante la pluralità dei dialetti, e la storia comuni. All’indomani della proclamazione d’indipendenza, a rimarcare questo sentimento identitario, la Grecia ha adottato come lingua d’uso il dialetto attico, il quale è stato la lingua dei classici. Essa si ritrova oggi, tuttavia, a dover gestire un idioma antichissimo e difficilmente permeabile alle novità. Alcune parole, infatti, hanno acquisito significati diversi nel tempo o qualche vocabolo nemmeno esiste più. Per esempio, “metafora”, che unisce il prefisso “meta-”, “attraverso”, e il verbo “foro”, “portare”, inizialmente significava soltanto una figura retorica, ora indica anche gli autocarri, poiché trasportano da una parte all’altra merci. L’apertura alle sfide della mondializzazione divengono assai problematiche. Bisogna dire, quindi, che una lingua identifica un popolo e, perciò, ha un aspetto eminentemente politico. Ciò riguarda, infatti, anche la penisola italiana. Gli intellettuali del Risorgimento, concluse le Guerre d’Indipendenza, s’interrogarono su quale dei dialetti italici adottare. Fu scelta la parlata fiorentina, non già quella di Alighieri o Petrarca, ma della borghesia colta ottocentesca. Questa decisione è stata abbastanza felice da permettere una certa permeabilità, da un lato, dall’altro un sentimento di coesione nazionale, malgrado l’analfabetismo assai diffuso e, ad oggi, di ritorno, per la scarsa incisività della formazione giovanile: l’italiano moderno rende stranieri gli italiani medesimi.
Più di recente, ancora un episodio simile si è verificato nella penisola balcanica, in seguito alle dichiarazioni d’indipendenza, negli anni Novanta del secolo scorso, dei Paesi costituenti la Jugoslavia. Ciascuno di essi rivendicava un proprio dialetto, senza riconoscerne la comune radice slava. Tant’è vero che l’autrice, la quale vive in Bosnia-Erzegovina, può esser capita, parlando bosniaco, in qualunque altro Stato confinante.
In conclusione, Marcolongo ha annunciato che il greco, costituente imprescindibile della cultura odierna, pervadendo con la sua problematicità e inducendo, pertanto, la ricerca delle connessioni ultime e gli svolgimenti degli eventi, oltreché l’introspezione per la consapevolezza del sentimento, esprime efficacemente l’esigenza irrefrenabile di dire di sé: questa è la sua imperdibile e sublime bellezza che tutt’ora affascina i moderni.

Daniele TognazzoIMG_6519

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